GESÙ DI NAZARETH

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Gesù di Nazareth 1 Prima parte.

Gesù di Nazareth 2 Seconda parte.

Da meditare nel nostro cuore :

@ Per quanto tempo ancora dobbiamo aspettare il tuo aiuto ? @ Padre ho peccato contro il cielo e contro di te @ Devi amare il prossimo tuo come te stesso @ Apri il tuo cuore ... @ E' giusto far festa perchè tuo fratello era perduto e l'ho ritrovato @ Lei mi ha lavato i miei piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO OVVERO IL SENSO DELLA MISERICORDIA DI DIO PER L'UOMO

(di Antonio Pieretti)

E' quanto meno opinabile che nella parola del figlio prodigo trova, espressione il contenuto dell'intero messaggio evangelico. Se lo si suppone, peraltro ci si espone al rischio di dar luogo ad un'interpretazione dell'insegnamento e dell'opera di Cristo che ne limita e ne ridimensiona il significato e che quindi forse non rende pienamente conto della sua straordinaria ricchezza e della sua inesauribile profondità. Inoltre, sebbene in maniera del tutto inconsapevole, si sottolinea il fatto che il messaggio evangelico assume una rilevanza diversa e specificatamente personale per ciascun uomo che vi si accosta con cuore puro e decide di informarVi la propria esistenza. Si può invece sostenere che la parabola del figliol prodigo offre una delle più compiute e suggestive esemplificazioni del senso della misericordia divina e del modo in cui agisce nei confronti dell'uomo.

In commento che ne propone l'enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II ne costituisce un'indubbia conferma. Tale commento fa rilevare infatti che, nella parabola del figlio prodigo, "l'essenza della misericordia divina, benché la parola 'misericordia' non vi ricorra, viene espressa tuttavia in modo particolarmente limpido". E inoltre sottolinea che se essa vi contribuisce non già con la terminologia che usa o con definizioni a cui ricorre, ma piuttosto con l'analogia che instaura tra Dio Padre e la creatura da una parte e il padre terreno e il figliol prodigo dall'altra. In tal modo consente appunto di "comprendere più pienamente il mistero stesso della misericordia, quale dramma profondo che si svolge tra l'amore del padre e la prodigalità e il peccato del figlio" (IV, 5).

In realtà la misericordia di Dio è inaccessibile all'uomo, perché trascende il suo pensiero. Ma Cristo "rende presente il Padre come amore e misericordia" di tale verità fa la sostanza della sua missione come Messia. Pertanto "egli stesso la incarna e la personifica. Egli stesso, é, in un certo senso, la misericordia" (L,2). Con il suo insegnamento poi e con la sua vita condotta esclusivamente al servizio dei poveri, dei deboli, degli indifesi, dei ciechi, dei lebbrosi degli zoppi, di coloro che sono privi della libertà di quanti soffrono a causa dell'ingiustizia sociale, la misericordia di Dio "si semplifica e insieme si approfondisce" (IV, 5).

Nella sua essenza la misericordia divina esprime il legame ontologico e quindi di amore che unisce il Creatore alla creatura, il Padre al figlio. E perciò costituisce il fondamento della redenzione di Dio nei confronti dell'uomo e della conversione dell'uomo nei confronti di Dio. Per questo la parabola del figliol prodigo racconta, oltre la fiduciosa attesa del padre e la gioia nel rivedere il figlio, anche il tormento interiore che egli deve superare prima di decidersi a tornare alla casa paterna.

Il commento della Dives in misericordia fa osservare esplicitamente che si tratta di un'esperienza di conversione dell'uomo peccatore. Rileva infatti che "quel figlio, che riceve dal padre la porzione di patrimonio che gli spetta e lascia la casa per sperperarla in un paese lontano, 'vivendo da dissoluto', è in un certo senso l'uomo di tutti i tempi, cominciando da colui che per primo perdette l'eredità della grazia e della giustizia originaria" (IV, 5). Inoltre pone in evidenza che la redenzione del figliol prodigo è il frutto del suo distacco dai beni materiali, del suo ripiegamento in interiore homine, del suo interrogarsi interno alla propria identità e della sua graduale presa di coscienza della propria identità di uomo. E infine afferma che "la parabola del figliol prodigo esprime in modo semplice, ma profondo, la realtà della conversione" (IV, 6).

Non c'è peraltro da meravigliarsi di questo significato della parabola del figliol prodigo. La misericordia divina di cui rende testimonianza non si risolve nell'attenzione di Dio per l'uomo, ma comporta la sua sollecitudine per lui, il suo impegno concreto e fattivo. In quanto "ha la forma interiore dell'amore", interviene cioè come Cristo dimostra con il suo esempio, a sostegno della miseria e della debolezza umana. E, come tale, la misericordia divina non lascia indifferente l'uomo, ma lo induce a riflettere sulla sua identità di creatura e sulla sua dignità personale e quindi lo sollecita a prendere una decisione per il Padre o contro di lui. Come sostiene la Dives in misericordia, essa "si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivela, promuove e trae il bene da tutte le forme di male, esistenti nel mondo e nell'uomo". Ma appunto per tale ragione la misericordia di Dio "costituisce il contenuto fondamentale del messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva della sua missione" (IV,6). Cristo infatti, "divenendo l'incarnazione dell'amore che si manifesta con particolare forza nei riguardi dei sofferenti, degli infelici e dei peccatori, rende presente e in questo modo rivela più pienamente il Padre, che è Dio 'ricco di misericordia'". Contemporaneamente, "divenendo per gli uomini modello dell'amore misericordioso verso gli altri, proclama con i fatti ancor più che con le parole, quell'appello alla misericordia, che è una delle componenti essenziali dell'ethos del Vangelo" (II,3).

1. La fedeltà del Padre

La misericordia, secondo il linguaggio della Bibbia, denomina "il modo e l'ambito in cui si manifesta l'amore" (II,3). Ne costituisce cioè "la dimensione indispensabile" (V,7). Dio perciò, che è essenzialmente amore, rappresenta l'espressione più alta della misericordia.

La misericordia di Dio, che, per sua essenza, è "amore creatore", opera nei confronti dell'uomo fin dalla sua venuta al mondo, cioè fin da quando lo ha creato dal nulla con un atto d'amore e lo ha legato a sé con un vincolo indissolubile. L'uomo però, frastornato dai rumori del mondo e attratto dalle sue lusinghe, per lo più ignora che ha un tal rapporto con lui o non vi presta attenzione. Ne fa la scoperta o ne prende coscienza, come dimostra la parabola del figliol prodigo, soltanto se si rende conto di aver perduto a causa del peccato di cui si è macchiato, "l'eredità della grazia e della giustizia originaria" (IV,5). In tal caso infatti gli appare chiaro che, rompendo l'alleanza costituita che lo univa a Dio, è venuto meno alla sua stessa identità di essere creato, alla sua realtà di uomo. Si è reso responsabile cioè di un gesto che ha infranto le condizioni dell'intimità con il suo Creatore, del suo dialogo con lui. E, in quanto ha rifiutato di considerarsi fatto ad immagine e somiglianza del Padre, si è volontariamente privato del valore che gli deriva da questa sua origine, e si è deciso per un'esistenza anonima e senza significato.

La parabola del figliol prodigo insegna però che all'uomo è consentito di riappropriarsi della propria identità e del proprio valore. Ma perché questo avvenga dipende esclusivamente da lui. Dio infatti non viene mai meno al patto di alleanza che ha stretto con l'uomo allorché lo ha creato.

Per tornare a Dio l'uomo che se ne è allontanato è tenuto preliminarmente a sottrarsi alla suggestione dei beni materiali e a ripiegarsi in se stesso per guardare nella propria intimità. La parabola del figliol prodigo racconta infatti che il giovane, una volta che "ebbe spese tutto...cominciò a trovarsi nel bisogno". In questa situazione "'avrebbe voluto saziarsi con qualunque cosa, magari anche con le carrube che mangiavano i porci, da lui pascolati per conto di 'uno degli abitanti di quella regione'. Ma perfino questo gli veniva rifiutato" (IV,5).

Quando ormai, ridotto in uno stato di suprema indigenza, dubitava della stessa possibilità di continuare a vivere, improvvisamente gli è tornato alla memoria il ricordo della casa paterna e del posto che vi ricopriva. Il giovane, commenta la Dives in misericordia, "non vi aveva pensato prima, quando aveva chiesto al padre di dargli la parte del patrimonio che gli spettava per andar via" (IV,5). L'ipotesi di tornarvi poi non l'aveva presa in considerazione neppure quando, giunto ormai allo stremo delle forze e abbandonato anche dagli amici di un tempo, aveva amaramente constatato: "Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza ed io qui muoio di fame!".

Invero, perché maturasse nel figliol prodigo "la coscienza della figliolanza sciupata" e quindi esplorasse nel suo intimo "il dramma della dignità perduta", occorreva, commenta la Dives in misericordia, che egli si dimenticasse definitivamente dei beni materiali che aveva posseduto e che ora non aveva più. Era necessario cioè che riscoprisse il senso profondo della sua identità di uomo, della sua realtà di figlio e quindi del rapporto che lo univa al padre.

E questo è appunto quanto in realtà sarebbe accaduto. Presa coscienza della dignità perduta, il giovane, si dice infatti nella parabola del figliol prodigo, si rivolse a tornare presso la casa paterna. Disse tra sé e sé: "mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: 'Padre, ha peccato contro il cielo e contro di te; non sono degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni'".

Il figliol prodigo cioè, nell'accingersi a tornare da suo padre, non chiede di essere reintegrato nella posizione che occupava prima che si fosse allontanato dalla casa paterna, perché sa di non meritarlo. Appellandosi ad un criterio di comprensione e di giustizia umana chiede soltanto di essere equiparato ai servitori. D'altro canto, poiché vuole essere accolto nella casa che ha lasciato di suo proposito, dà prova di provare vergogna per quello che ha fatto e quindi dimostra di sentire l'esigenza di umiliarsi.

Ma il figliol prodigo, benché abbia volontà di redimersi, non lo può fare da solo. Le sue energie sono insufficienti per colmare la differenza ontologica e di valore che lo separa dal padre e ristabilire con lui il rapporto di intimità che originariamente li univa insieme. Tale ruolo può essere assolto dal padre. Questi in verità è stato toccato dall'ingratitudine del figlio e ne ha sofferto intensamente, ma non si è dimenticato di lui: lo ha pensato sempre, anche se è stato lontano ed ha dilapidato il patrimonio famigliare. Il padre infatti, fa rilevare la Dives in misericordia, è restato "fedele alla sua paternità, fedele a quell'amore, che da sempre elargiva al proprio figliolo" (IV,6). Per questo agisce nei suoi confronti non già secondo giustizia soltanto, ma piuttosto secondo misericordia. Agisce cioè secondo giustizia e amore insieme. Ne dà prova non soltanto con la prontezza e la commozione con cui accoglie il figlio quando torna a casa, ma "ancor più pienamente con quella gioia, con quella festosità così generosa nei confronti del dissipatore dopo il ritorno, che è tale da suscitare l'opposizione e l'invidia del fratello maggiore, il quale non si era allontanato dal padre e non ne aveva abbandonata la casa" (IV,6).

Nel figlio che fa ritorno alla casa paterna dopo esserne restato lontano per molto tempo invero si compie qualche cosa di più della liberazione da un'angoscia o della soddisfazione di un sentimento; si compie, come afferma la Dives in misericordia, il prodigio della salvezza di "un bene fondamentale: il bene dell'umanità del suo figlio" (IV,6). Anzi si realizza, in qualche modo, il suo ritrovamento, come in una nuova creazione. E' per questo che vi trova la sua autenticazione la fedeltà del padre. Estrinsecandosi come "amore misericordioso che, per sua essenza, è amore creatore", essa infatti è effusiva, cioè trascendente, aperta oltre se stessa in un impegno di donazione continua di vita. E perciò è incentrata non già sul padre, ma piuttosto sul figlio, vale a dire su colui che dal suo amore procede e che più direttamente ne esprime l'intima essenza.

D'altro canto, là dove è in gioco la dignità dell'uomo, come appunto avviene nel rapporto tra padre e figlio, l'amore del padre non si risolve in un sentimento, per profondo che sia, ma implica anche dei gesti, dei comportamenti. Cioè si fa misericordia, sollecitudine per il figlio, sostegno reale ed effettivo della sua esistenza.

Ma come tale, la misericordia "é, per così dire, come sostiene la Dives in misericordia, la fonte più profonda della giustizia". Se la giustizia infatti "è di per sé idonea ad 'abitrare' tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei beni oggettivi secondo l'equa misura", la misericordia "è capace di restituire l'uomo a se stesso" (VII,14).

La misericordia inoltre è "la più perfetta incarnazione dell''eguaglianza'". Fa sì infatti. osserva la Dives in misericordia, che "gli uomini si incontrino tra loro in quel valore che è l'uomo stesso, con la dignità che gli è propria" (VII,14).

La misericordia peraltro, mentre rende più generoso colui che la dona, non umilia che la riceve, ma lo eleva, perché lo restituisce alla sua identità di uomo e lo reintegra nella sua dignità di persona, cioè di valore che non ha eguali nell'orizzonte della storia (2). Lo conferma di nuovo la Dives in misericordia. Vi si dice infatti: "Alle volte...accade che avvertiamo nella misericordia soprattutto un rapporto di diseguaglianza tra colui che la offre e colui che la riceve. E, di conseguenza, siamo pronti a dedurne che la misericordia diffama colui che la riceve, che offende la dignità dell'uomo. La parabola del figliol prodigo dimostra che la realtà è diversa; la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di quel bene che è l'uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è propria" (IV,6).

Da quanto detto, soprattutto alla luce dell'analogia che la parabola del figliol prodigo stabilisce tra Dio Padre e l'uomo da una parte e il padre e il figlio dissipatore dall'altra, è possibile comprendere in che cosa consista la misericordia divina. In essa trova espressione l'identità di Dio, in quanto Padre. Come tale infatti ha creato l'uomo, ogni uomo a sua immagine e somiglianza e quindi ha posto in atto con lui un'alleanza che va ben oltre l'orizzonte del tempo. Soltanto Dio però, è fedele all'amore per l'uomo e all'impegno in difesa della sua dignità; l'uomo invece non solo lo trasferisce ma spesso viene meno anche all'obbligo della testimonianza che ha nei suoi confronti tra gli uomini e nei riguardi degli uomini.

Ma "la misericordia in se stessa, come perfezione di Dio infinito, è anche infinita. Infinita, quindi, ed inesauribile, afferma la Dives in misericordia, è la prontezza del Padre nell'accogliere i figli prodighi che tornano alla sua casa" (VII,13). Per questo, Dio non solo attende con fiducia il momento in cui l'uomo, ogni uomo farà ritorno a lui; ma, quando lo vedrà sbucare all'angolo della strada, si comporterà come il padre del figliol prodigo: gli correrà incontro commosso, gli getterà le braccia al collo e lo bacerà. E a quanti gli chiederanno la ragione di tanta sollecitudine, dirà che bisogna far festa e rallegrarsi perché l'uomo che si era allontanato da lui e che è tornato "era morto ed tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

Nella sua essenza dunque la misericordia divina consiste nel restituire all'uomo la sua piena identità e nel reintegrarlo nella condizione originaria di valore degno del più alto rispetto. Opera pertanto, come opportunamente rivela la Dives in misericordia, come "la dimensione indispensabile dell'amore", come "il suo secondo nome e, al tempo stesso, come il modo specifico della sua rivelazione e attuazione nei confronti della realtà del male che è nel mondo, che tocca e assedia l'uomo, che si insinua anche nel suo cuore e può farlo 'perire nella Geenna'" (N,7).

2. La conversione del figlio

Ma, come si è detto, la parabola del figliol prodigo propone anche un possibile itinerario del ritorno dell'uomo a Dio, cioè della sua conversione. D'altro canto, non può essere diversamente. la Dives in misericordia fa infatti osservare: "L'autentica conoscenza del Dio della misericordia, dell'amore benigno è una costante ed inesauribile fonte di conversione, non soltanto come momentaneo atto interiore, ma anche come stabile disposizione, come stato d'animo. Coloro che in tal modo arrivano a conoscere Dio, che in tal modo lo 'vedono', non possono vivere altrimenti che convertendosi continuamente a lui" (VII,13).

Ma se la misericordia di Dio che consente all'uomo di mettersi in cammino e di convertirsi, d'altro canto è la sua decisione per la propria identità e quindi il suo impegno continuo e rinnovato per riappropriarsene che contribuisce a fargli raggiungere la meta. L'accettazione cioè da parte dell'uomo del suo status viatoris per ritornare a Dio, poiché è finalizzata a restaurare l'alleanza originaria che lo univa a lui, è il frutto di un'esperienza d'amore in cui Dio è il protagonista, ma l'uomo è indispensabile partner, sebbene solo in quanto sollecitato e messo in movimento dalla misericordia divina.

Ora il figliol prodigo, come ricorda la Dives in misericordia, incarna "l'uomo di tutti i tempi", e quindi non solo il peccatore, ma l'essere finito che ciascun uomo é, la creatura a qualunque ceto o classe sociale appartenga. Egli non avverte alcuna necessità di fare ritorno al padre dal quale si è deliberatamente separato fino a che dispone dei mezzi per la propria sopravvivenza. Quando invece i beni materiali gli cominciano a scarseggiare e si vede abbandonato da tutti, allora torna con il pensiero alla casa paterna e rimpiange il tenore di vita che ha perduto. Si rende però conto che, qualora volesse farvi ritorno, potrà aspirare ad esservi accolto soltanto come salariato e non già come padrone, perché non ha più alcun diritto di far valere sul patrimonio famigliare.

Il figliol prodigo comunque esita a prendere la strada di casa. Sa infatti che, con l'allontanarsi dal padre, ha compiuto un gesto di rivolta nei suoi confronti. In particolare è consapevole di averlo offeso ed umiliato.

Ma, guardando più a fondo nel proprio cuore, il figliol prodigo scopre che, avendo voluto rivendicare la propria autonomia rispetto al padre, ha messo in discussione la sua identità di figlio e il debito di riconoscenza che aveva nei suoi confronti. Pertanto confessa a se stesso di non meritare più di essere considerato suo figlio. E si impegna appunto ad andare da lui e a dirgli: "Padre ho peccato contro il cielo e contro te; non sono degno di essere chiamato tuo figlio".

Il figliol prodigo però come insegna la parabola di Luca, farà anche dell'altro; chiederà al padre di accoglierlo nella casa in cui è nato come uno dei suoi garzoni. In tal modo dà prova di avere rinunciato all'eguaglianza con il padre che aveva inteso stabilire allorché ha preteso da lui la porzione di patrimonio che gli spettava secondo giustizia e di essere intenzionato a restaurare, all'interno del rapporto di amore che li unisce costitutivamente, la differenza che li fa ontologicamente diversi. E infatti, nei confronti del padre, non si pone più nell'atteggiamento di colui che chiede, come se avesse un diritto da reclamare, ma piuttosto nell'atteggiamento di colui che è disposto a ricevere, che è pronto ad accettare ciò che gli viene dato, come se avesse soltanto un dovere a cui attendere.

Con la conversione da parte dell'uomo invero si ristabilisce, per così dire, quell'ordine ontologico che egli, allontanandosi da Dio, ha inteso infrangere. Egli non rivendica più la sua autonomia, non afferma la propria autosufficienza, ma china il capo dinanzi al suo Creatore. E riconosce, dandone prova anche nei suoi comportamenti, che è da lui e per lui che ha l'esistenza e che è da lui e per lui che ha un'identità personale, una dignità da far rispettare. Nel rendere omaggio alla sacralità di Dio, la creatura ribadisce peraltro la propria debolezza, afferma la propria finitezza e si affida fiduciosa alla sua misericordia.

Il padre dal canto suo, proprio perché è sollecitato dell'amore e non da un semplice senso di giustizia, annulla la diseguaglianza che li separa, e in nome del bene che l'uomo incarna, ristabilisce con lui il rapporto di alleanza che originariamente lo lega a se stesso. Nel piano della redenzione infatti ogni figliol prodigo che si converte e ritorna alla casa paterna fa l'esperienza del "mistero stesso della creazione". Oltre a ritrovare la propria umanità, a riscoprire la propria identità, si riconosce figlio di Dio.

3. Il destino dell'uomo

Ma perché mai in Dio la misericordia ha un posto così importante? Non certo perché ne costituisce l'essenza ovvero ne esaurisce il significato. Per l'uomo peraltro sarebbe addirittura impossibile pensarlo poiché Dio, come è noto, è per lui un mistero incomprensibile ed inspiegabile, rispetto al quale perciò gli è consentito di accettarlo e di rispettarlo come tale e non già di profanarlo.

La misericordia vi ha un posto rivelante perché costituisce la modalità in cui Dio, pur restando nella sua trascendenza infinita rispetto all'uomo, gli si fa manifesto. Esprime ed incarna cioè la forma in cui gli si rivela. Cristo ce ne offre la conferma, in quanto, incarnandosi, si è attuato come Uomo-Dio, cioè come l'unità reale di uomo e di Dio e, sacrificandosi sulla croce, si è realizzato come amore "paziente e benigno".

La misericordia di Dio d'altro canto, come si è detto, non è un semplice sentimento, ma è l'espressione della sua identità di Creatore, la traduzione nei fatti del suo amore per l'uomo, la realizzazione nell'ordine del tempo della sua sollecitudine per lui. Le opere della misericordia di Dio, afferma in fatti la Dives in misericordia, "diventano visibile in Cristo e per mezzo di Cristo, per il tramite delle sue azioni e parole e, infine, mediante la sua morte in croce e la sua resurrezione" (I,2).

Ma poiché è per l'amore che ha per lui che Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, la misericordia divina è per l'uomo un monito continuo. Con la usa presenza operosa e fattiva gli ricorda che è chiamato a rendere testimonianza della sua origine, della sua alleanza con Dio e quindi è tenuto ad agire secondo amore e comprensione sia verso se stesso che verso gli altri.

La misericordia divina inoltre ricorda all'uomo che solo vivendo in conformità con il proprio statuto originario e quindi nel rispetto e nel timore di Dio può sottrarsi al rischio della dispersione e dell'oblio della propria identità. Cioè gli fa presente che nella fedeltà al suo impegno con Dio e verso Cristo risorto è la condizione perché veda nell'altro uomo una persona da rispettare non solo relativamente ai suoi beni materiali, ma anche e soprattutto in riferimento al valore che egli è e alla dignità che gli è propria.

La misericordia di Dio ammonisce infine l'uomo a ricordare che il mondo degli uomini può diventare sempre più umano, solo se, come afferma la Dives in misericordia, introdurrà "nel multiforme ambito dei rapporti interumani e sociali, insieme alla giustizia, quell''amore misericordioso' che costituisce il messaggio messianico del Vangelo" (VII,14)


Gesù di Nazareth 2  Seconda parte.

Da meditare nel nostro cuore :

@ Beato chi perdona @ Cercate e troverete @ Guai a voi scribi e farisei, ipocriti, sepolcri imbiancati @ Devi rinascere una seconda volta @ Dio ha tanto amato il mondo che ha dato suo figlio @ Ora vi lascio un nuovo comandamento, che vi amiate l'un l'altro, come Io vi ho amato @ Padre, l'ora è arrivata, glorifica il figlio tuo @ Io sono la via, la verità e la vita @ Attraverso le sue piaghe noi siamo guariti e possiamo rinascere @ Era tutto scritto ... @ Andate senza timore, come agnelli in mezzo ai lupi @ Io sarò con voi ogni giorno, sino alla fine del tempo.

Riflessione a cura dei Carmelitani (Ass. Qumran)

  • Nel filmato si evince la relazione conflittuale tra Gesù e le autorità religiose dell'epoca. Oggi nella Chiesa avviene lo stesso conflitto. In una determinata Diocesi il vescovo convocò i poveri a partecipare attivamente. Loro accolsero la richiesta e numerosi cominciarono a partecipare. Sorse un gran conflitto. I ricchi dicevano che furono esclusi ed alcuni sacerdoti cominciarono a dire: "Il vescovo fa politica e dimentica il vangelo!"

  • "Guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l'amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre". Questa critica di Gesù ai capi religiosi di quell'epoca può ripetersi per molti capi religiosi dei secoli seguenti, fino ad oggi. Molte volte, in nome di Dio, insistiamo in dettagli e dimentichiamo la giustizia e l'amore. Per esempio, il giansenismo rese arido il vissuto della fede, insistendo nelle osservanze e penitenze che allontanarono la gente dal cammino dell'amore. La suora carmelitana Santa Teresa de Lisieux crebbe nell'ambiente giansenista che caratterizzava la Francia della fine del XIX secolo. A partire da una dolorosa esperienza personale, lei seppe recuperare la gratuità dell'amore di Dio con la forza che deve animare dal di dentro l'osservanza delle norme. Perché, senza l'esperienza dell'amore, le osservanze fanno di Dio un idolo.

L'osservazione finale di Gesù diceva: "Voi dovete praticare questo, senza lasciare da parte quell'altro". Questa avvertenza fa ricordare un'altra osservazione di Gesù che serve da commento: "Non pensate ch'io sia venuto per abolire la legge od i profeti; io son venuto non per abolire ma per compire: poiché io vi dico in verità che finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà, che tutto non sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti ed avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno de' cieli; ma chi li avrà messi in pratica ed insegnati, esso sarà chiamato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e de' Farisei, voi non entrerete punto nel regno dei Cieli" (Mt 5,17-20).

  • "Guai a voi, farisei, che avete cari i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze". Gesù richiama l'attenzione dei discepoli sul comportamento ipocrita di alcuni farisei. Loro provano gusto nel circolare per le piazze con lunghe tuniche, ricevere i saluti della gente, occupare i primi posti nelle sinagoghe e i posti d'onore nei banchetti (cf. Mt 6,5; 23,5-7). Marco dice che a loro piaceva entrare nelle case delle vedove e recitare lunghe preghiere in cambio di soldi! Persone così riceveranno un giudizio molto severo (Mc 12,38). Oggi nella chiesa avviene la stessa cosa.

  • "Guai a voi, scribi e farisei, che assomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità" (Mt 23,27-28). L'immagine di "sepolcri imbiancati" parla da sola e non ha bisogno di commenti. Per mezzo di questa immagine, Gesù condanna un'apparenza fittizia di persona corretta, il cui interno è la negazione totale di quello che vuol fare apparire all'esterno. Luca parla di sepolcri nascosti: "Guai a voi perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo". Chi calpesta o tocca un sepolcro diventa impuro, anche quando il sepolcro è nascosto sotto terra. L'immagine è molto forte: fuori il fariseo di sempre sembra giusto e buono, ma questo aspetto è un inganno, perché dentro c'è un sepolcro nascosto che, senza che la gente se ne renda conto, sparge un veleno che uccide, comunica una mentalità che allontana da Dio, suggerisce una comprensione errata della Buona Novella del Regno. Un'ideologia che fa di Dio un idolo morto!

  • Critica del dottore della legge e risposta di Gesù (Luca 11,45-46): uno specialista nelle leggi prende la parola e dice:"Maestro, dicendo questo, offendi anche noi!" Nella risposta Gesù non torna indietro, bensì lascia apparire con chiarezza che la stessa critica vale anche per gli scribi: "Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!" Nel Discorso della Montagna, Gesù esprime la stessa critica che serve da commento: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito" (Mt 23,2-4).

Per un confronto personale

● L'ipocrisia mantiene un'apparenza che inganna. Fino a dove va la mia ipocrisia? Fino a dove va l'ipocrisia nella nostra chiesa?

● Gesù criticava gli scribi che insistevano nell'osservanza disciplinare delle cose minute della legge, come per esempio la decima della menta, della ruta e di tutti gli erbaggi e dimenticavano di insistere sull'obiettivo della legge che è la pratica della giustizia e dell'amore. Questa critica vale anche per me?