IL MEMORIALE

Carissimi amici e amiche siamo qui convenuti oggi per rinnovare ancora una volta la memoria di chi non è solo ricordo del passato ma viva presenza nel nostro presente e soprattutto immensa speranza nel nostro futuro : S.Eugenio de Mazenod.

Ci accogliamo e ci salutiamo, quindi, come si conviene a fratelli e sorelle aventi in comune uno stesso Padre che in modi diversi tutti ci ama, tutti ci chiama, tutti ci manda.

Un personale saluto che ci giunge quale eco dello stesso che Gesù rivolge ai suoi apostoli.

"Come il Padre ha amato me anch'io ho amato voi". (Gv 15,9-17)

"Come il Padre ha mandato me anch'io mando voi. Rimanete nel mio amore" (Gv 20,19-23)

L'incontro di oggi si caratterizza, dunque, prima di tutto come un dono che ci aiuta a rimanere, a restare, là dove per grazia già siamo collocati cosicché più che ad una strada da percorrere con l'inevitabile fatica del camminare essa somiglia molto ad una casa da abitare come componenti di una stessa famiglia dove ognuno è parte fondamentale di un comune progetto di vita.

Incontro particolare questo perché lo vogliamo vivere nel ricordo di un avvenimento del tutto singolare avvenuto nella persona di S. Eugenio de Mazenod il Venerdì Santo del 1807 e che segna, quasi sicuramente, l'inizio di un suo profondo "cambiamento", delle sua conversione.

Evento che ha quindi, segnato per sempre la sua vita e la sua opera cosicché, grazie anche a questa circostanza egli è rimasto nella Chiesa con una sua originalità ben precisa ,un suo tipico carisma.

Per non correre,però, il rischio di interpretare i fatti secondo una logica tipica di un certo giornalismo contemporaneo che spesso stravolge gli eventi secondo gusti e tendenze di parte, desidero lasciare ad Eugenio stesso il racconto dell'esperienza fatta in tale circostanza cosicché sia lui stesso a narrarci l'accaduto.

Certamente quasi tutti noi conosciamo questo testo che tuttavia data l'occasione dell'anniversario assume senz'altro una risonanza del tutto speciale. Desideriamo, quindi ascoltarlo con un'attenzione tutta particolare facendolo quasi risuonare nel fondo di noi stessi, in quel luogo cioè dove abita quel Padre al quale non sfuggono i nostri segreti più intimi.

"L'ho cercata la felicità fuori di Dio, e troppo a lungo per mia sventura.

Quante volte nella mia vita passata, il cuore lacerato,tormentato, si slanciava verso il suo Dio dal quale si era allontanata? Posso dimenticare le lacrime amare che la vista della Croce fece colare dai miei occhi un Venerdì Santo?

Partivano dal cuore, niente poteva fermarle;erano troppo abbondanti perché mi fosse possibile nasconderle a quelli che come me assistevano a quella cerimonia toccante.

Ero in stato di peccato mortale, e proprio questo originava il mio dolore. Constatai allora,e in qualche altra circostanza,la differenza. Mai la mia anima fu così appagata, mai provò tanta gioia.

Infatti, in mezzo a quel torrente di lacrime,malgrado il dolore,o piuttosto in mezzo al dolore,l'anima si slanciò verso il suo fine ultimo, Dio, suo unico bene, da cui sentiva vivamente la perdita.

Perché dire di più! Pot rei mai esprimere ciò che provai

Il solo ricordo mi riempie di una dolce pienezza"

Carissimi amici ed amiche, sappiamo per esperienza e anche per particolari studi che la parola "memoriale" ha in certi contesti un significato del tutto particolare. Una convinzione che ci spinge così a considerare questa narrazione non tanto semplicemente come il racconto di un ricordo del passato, quanto un fatto vivo ed efficace oggi, qualcosa che non è solo accaduto, ma che accade qui ed ora, nelle nostre persone, negli avvenimenti della nostra vita attuale.

Parafrasando una nota espressione possiamo affermare che esso è "carne nella nostra carne, ossa nelle nostra ossa" e che quindi, noi tutti qui presenti, possiamo considerarci non già gli spettatori, ma i conprotagonisti di questa stessa storia che abbiamo appena ascoltata la quale, seppur in modi diversi, è già parte integrante nella nostra esistenza .

Lo è prima di tutto poiché la vita di un santo è sempre per tutti e parla a tutti, e in secondo luogo poiché, seppur secondo differenti modalità ,molti di noi avvertono con S. Eugenio un particolare legame che li porta a considerare la sua presenza come un preciso punto di riferimento nel cammino della propria vita personale e familiare.

L'ho cercata la felicità....l'ho cercata troppo a lungo....

Carissimi, non è forse vero,infatti, che anche noi, come Eugenio, siamo assetati cercatori di felicità? La desideriamo, la cerchiamo poiché ne avvertiamo lo struggente ed invitante richiamo.

Anche il fatto di essere qui, oggi, il preparare o il partecipare alle tante iniziative che ci coinvolgono. non è, tutto sommato, un segno evidente della nostra "voglia di felicità"? Non desideriamo forse vivere esperienze significative capaci di farci "star bene"? Non accogliamo o rifiutiamo cose e persone con le quali ci sentiamo o non riusciamo ad essere contenti, felici?

Non c'è dubbio. Come S. Eugenio ci troviamo anche noi, presto o tardi a capire che la molla che ci mette in movimento o ci fa restare fermi è un'aspirazione alla felicità.

Ma dobbiamo ammetterlo! Quanta fatica per esserlo realmente e soprattutto quanto è diventato difficile particolarmente oggi cercare di essere felici secondo quei punti di riferimento che si trovano nel Vangelo e che hanno delineato quelle secolari "certezze" che hanno reso felice la storia di molti .

Adolescenti, giovani, anziani, uomini, donne, religiosi, laici, ricchi, poveri, sani, malati, tanti che in situazioni, a volte estreme, rischiose, imprevedibili, non hanno aspettato la fine del racconto della vita per scrivere dopo, al termine dell'ultimo capitolo, il famoso "e vissero felici e contenti", ma che seguendo il vangelo secondo la sapienza degli orientamenti della chiesa, attraverso linee precise ed essenziali, sono vissuti dentro la propria storia da persone felici malgrado gli inevitabili torrenti di lacrime.

E' certamente diventato ancora difficile essere felice oggi, anche perché sotto l'impeto di una rinnovata rivoluzione, ognuno è palesemente invitato ad esserlo secondo orientamenti strettamente personali e soggettivi che hanno come punto di riferimento solo se stessi, cosicché spesso, dobbiamo confessarlo,"si naviga a vista" e i nostri "sentieri di felicità" sfociano il più delle volte in inaspettati ed insospettati malesseri.

Forse anche per questo che tra noi, tra i nostri amici, parenti, colleghi, confratelli, riconosciamolo pure, più di qualcuno si scopre con il cuore lacerato, tormentato, invischiato dentro le maglie di una invisibile ragnatela nella quale ognuno è spesso vittima e carnefice.

Lacerato da dubbi, perplessità, nella convinzione sempre più evidente di un cammino percorso quasi sempre nella solitudine, nella stanchezza, nella delusione di una promessa di felicità non mantenuta.

Non è forse vero che i fatti che quotidianamente ogni giorno ci coinvolgono personalmente, più che felici, molto spesso ci turbano,ci agitano, ci inquietano e che in più di qualche occasione sembrano porre una seria ipoteca sulle nostre convinzioni più vere.

Non scopriamo all'improvviso e in qualche occasione con stupore e meraviglia di non essere immuni personalmente, familiarmente, comunitariamente dagli assalti di un disagio incombente?

Ci chiediamo: "Quanti nostri "avvenimenti" effettivamente e non solo affettivamente fruttano quella "felicità" agognata e realmente appagano quel desiderio di bene che ognuno cerca?"

Qualcuno giustamente, prendendo a prestito il linguaggio di alcuni santi parla oggi di un tempo, quello vissuto soprattutto nel nostro mondo occidentale, che si presente caratterizzato da quei tipici elementi con cui è stato molte volte descritto il cammino spirituale del cristiano e nel quale si parla ad un certo punto di una tipica fase di questo originale itinerario espresso con gli elementi caratteristici della notte.

Un periodo storico,questo attuale, sperimentato particolarmente in europa, che lo stesso Giovanni Paolo II, diversi anni fa aveva descritto come "notte collettiva dello spirito".

Una notte,però, nella quale come nella "notte di S. Eugenio" brilla la luce di una stella che tutta la illumina rinnovando lo stupore di una grazia inattesa ed improvvisa.

Una particolare grazia che oggi come ieri smuove l'acqua stagnante e torna a far pulsare la vita che come un torrente in piena trascina via con sé tutto il male che c'è.

"Ed io quando sarò innalzato attirerò tutti a me...Signore ricordati di me ....Oggi tu sarai con me...."

Nella vita ci sono incontri che come qualcuno afferma :"Ti lasciano un'emozione per sempre",perché non restano in superficie, ma entrano ed affondano fino a arrivare alla radice la dove "vita e morte si scontrano continuamente in un prodigioso duello" fatto di virtù e di vizi, di bene e di male, di innocenza e di peccato che il più delle volte si scontrano dentro e fuori di noi, così come ci ricorda lo stesso Concilio Vaticano II.[1]

Ed è appunto l'incontro con Cristo Crocifisso che in questa "notte del mondo"come nella notte di due secoli fa, può ancora entrarci nell'anima e attraverso quelle ferite che ci spingono, a volte, fino alle lacrime renderci certi di tutto il bene che abbiamo nonostante il male in cui siamo.

Un bene che smuove a dire:"Grazie di esistere,Gesù Crocifisso. Grazie di esserci ancora una volta.

Grazie perché in te non ci sentiamo perduti, ma troviamo la via per il riscatto della nostra ed altrui felicità. Grazie Gesù per questa tua offerta data senza condizione e consumata senza recinzioni .

Grazie per questa tua continua oblazione per mezzo della quale il nostro cuore inquieto trova ancora oggi la sua pace"

Carissimi amici ed amiche, credo che se oggi ci sia un'esperienza che accomuna molti di noi è senza

dubbio quella dell'evidenza dei nostri limiti, dei nostri errori, dei nostri mali, dei nostri peccati.

Non parlo evidentemente solo di quelli personali, ma soprattutto di quelli che avvertiamo attorno a noi, nei nostri familiari,amici,colleghi,confratelli

Dinanzi a tutto questo, alle volte, possono assalirci ai diversi livelli e secondo modalità varie, tentazioni diverse. Scoraggiamento, irrigidimento,rilassamento,indifferenza,angoscia,superficialità.

Ma è' soprattutto in tempi come questi che ci è di monito la straordinaria esperienza di S. Eugenio che ci invita non tanto a pazientare onde aspettare che "addà passà la nuttata", ma a rimboccarci le

maniche non "nonostante le lacrime", ma anzi proprio grazie alle lacrime. Egli ci sprona così a slanciarci verso il nostro comune ideale, proprio adesso, ora che i tempi si sembrano difficili, ora che,come afferma un noto cantante:"Si stà facendo notte"

Un tempo,dunque, dove ci giunge come un monito l'affermazione di S. Teresa del Bambin Gesù :"Mio Dio per amarti non ho che adesso".

Esortazione a cui rispondiamo con il nostro:" Eccoci, dunque, con tutto quello che siamo. Niente di più, ma neanche niente di meno.

Fissando con Eugenio il nostro sguardo sul Crocifisso, possiamo e dobbiamo allora aiutarci affinché in famiglia, a scuola, in comunità, nel lavoro, nel ministero, insomma là dove siamo, possiamo esserci non malgrado il dolore,le difficoltà,le amarezze,gli insuccessi ma in mezzo, o meglio grazie a tutto questo.

Anzi, come Gesù Crocifisso dovremmo dire:"Ci siamo proprio perchè c'è il dolore,proprio perché ci sono le difficoltà. Ci sia la notte". Non è forse attuale per noi quello che si afferma nel noto slogan:"Quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare"?

E' questa,senza dubbio, una particolare grazia che ci viene da quel singolare dono che, in quella "notte dell'anima" Eugenio ha ricevuto e che in lui riceviamo anche noi tutte le volte che riconosciamo nel dolore che passa il crocifisso che resta.

Qualcuno ha tradotto tutto questo affermando che si tratta di "stare dentro una notte nella quale brilla la luce di un volto che tutta la illumina"

Ecco,dunque, riaffermata la profonda ragione della nostra "immensa speranza"che non è il frutto di uno sforzo da compiere, ma è il dono di una grazia da accogliere e da amare.

La grazia cioè di "riconoscere" in mezzo a quel torrente di lacrime,malgrado il dolore,o piuttosto in mezzo al dolore, il volto di Gesù Crocifisso e Abbandonato, di colui che si è arreso a noi, perché noi tutti ci arrendessimo a Lui nello stile del suo amore, ed essere così finalmente felici.

Tempo fa c'era un canto che esprimeva tutto questo in modo sintetico ed incisivo.

"Un Crocifisso sul muro che cosa vuol dire. Che ci stai a fare Gesù appeso sulla croce così. E poi ti rappresentano sempre in questa strana posizione, nudo con le braccia aperte,spalancate lì. Perché.... Per amore di me"

Un amore che in questo caso non è tanto il sentimento di una compassione che passa, quanto l'evidente presenza di una passione che stando in noi ci invita a veder tutto e tutti con lo stesso occhio di Dio.

"Attraverso lo sguardo del Salvatore crocifisso vediamo il mondo riscattato dal suo sangue, nel desiderio che gli uomini, nei quali continua la sua passione,conoscano la potenza della sua resurrezione (Costituzione 4).

Da quel lontano 1807, ci giunge,dunque, ancora una volta l'eco di una grazia che ci invita, dinanzi ad ogni dolore,piccolo o grande che sia, ad arrenderci non tanto al mondo quanto a Gesù Crocifisso e Abbandonato.

Ecco la svolta, la riconversione che ci permette di alzarci continuamente e di camminare decisamente.

Arrenderci a Lui, alla sua opera e di conseguenza accogliere se stessi e gli altri che ci sono posti accanto non nonostante i limiti, i difetti,gli errori, i disagi,le inevitabili incomprensioni, ma proprio grazie a tutto questo. Impossibile se dipende solo da noi. Possibile se ci lasciamo educare e formare dal

dono della sua grazia. E' il famoso"Vedere con occhi nuovi tutto e tutti". Gli occhi di chi ci ha amati e perciò stesso per/donati, cosicché ora possiamo "accoglierci (perdonarci) come ci ha accolti lui".

Arrendersi al Crocifisso cioè entrare con più decisione con "tutti e due i piedi" dentro la dimora dove insieme a Lui abitare, cioè la chiesa, nella quale stare non nonostante o malgrado tutto , ma proprio perché la amiamo sopra-tutto, poiché è in questa chiesa e grazie a questa chiesa,fatta

anche dai suoi limiti, che siamo chiamati ad essere, un popolo oblato, cioè donato all'amore crocifisso, fonte e culmina di ogni felicità.

Un popolo chiaramente guidato da più precise regole di vita che trovano in un più costante ascolto della Parola vissuta, la sorgente della loro fede; in un più frequente nutrimento dell' Eucarestia, la loro rinnovata speranza, in una più assidua celebrazione del sacramento del perdono, la giovinezza della loro reciproca carità, nel coraggio di un più preciso confronto di vita, la certezza di non vagare nel vuoto.

Un popolo, dunque, che in Cristo Crocifisso e Abbandonato è educato e formato a diventare eco della presenza di Colui che è "nella calura, riparo, nel pianto, conforto, nella fatica, riposo, che lava ciò che è sordito, che bagna ciò che è arido, che sana ciò che sanguina, che piega ciò che è rigido, che scalda ciò che è gelido, che drizza ciò che è sviato "

Carissimi amici ed amiche, come non avvertire, a questo punto ancora attuale per noi oggi, quella pagina che fin da giovani, molti di noi hanno avvertito come provvidenziale punto di riferimento e che spesso ha accompagnati i tanti momenti bui della loro vita?

"Ci sarebbe da morire se non guardassimo a Te,che tramuti come per incanto ogni amarezza in dolcezza: a Te sulla croce nel Tuo e nostro grido, nella più alta sospensione,nella inattività assoluta,nella morte viva. Quando fatto freddo buttasti tutto il tuo fuoco sulla terra e,fatto stasi infinita gettasti la Tua vita infinita a noi che ora la viviamo con pienezza e nell'ebrezza.

Ci basta vederci simili a te, almeno per un poco,ed unire il nostro dolore al Tuo ed offrirlo al Padre e restar certi che mai come in queste ore tanta luce cammina in questo mondo e tanto fuoco".

Ed è in questa fede,la stessa che ha ricevuto in dono S. Eugenio, che vogliamo oggi rinnovare la nostra resa incondizionata a Lui ridichiarandogli il nostro sì "

A lui, presente in mezzo a noi vogliamo dire "Dacci,o Gesù Crocifisso e Abbandonato di amarci ci come Tu stesso ci ami"

Così sia

p. Carlo Mattei omi


[1] La Chiesa nel mondo contemporaneo 10