Codici Paterno Materno

Il codice Paterno e il codice Materno

I sociologi e ricercatoti che osservano l'andamento della famiglia nelle relazioni affermano che stiano assistendo ad una forte femminilizzazione dell'uomo e ad una mascolinizzazione della donna.

Se parliamo delle pari opportunità, dei diritti acquisiti, della parità reale che dovrebbe esserci tra il mondo maschile e quello femminile, parliamo di una cosa positiva, ma la femminilizzazione e la mascolinizzazione non rappresentano questa parità.

  • Il problema è che stiamo andando verso una omologazione, verso la perdita della diversità.

Ciò non vuol dire che l'uomo non possa intendersi di detersivi e lavarsi le camicie o che la donna non possa accedere a posti dirigenziali e realizzarsi nella carriera professionale. -Tendere all'omologazione, ad una uniformità all'interno della famiglia, crea difficoltà reali che i figli, crescendo, manifestano.

Dal punto di vista sessuale, ad esempio, alcuni istituti di ricerca e di sessuologia clinica stanno facendo da qualche anno questa osservazione:" L'adolescente inserito all'interno di una famiglia in cui l'ideale è l'omologazione, l'essere uguali di marito e moglie, ha difficoltà di identificazione sessuale, come ha difficoltà di identificazione se all'interno della famiglia c'è un unico ruolo emergente".

  • Quando si tende ad eliminare la diversità, nella famiglia e dunque nella società, quando non si esalta l'identità dei singoli, si creano inevitabilmente problemi.

Ha ancora senso parlare di diversità maschile e femminile? Spesso mi accorgo che sono gli stessi genitori ad essere strutturati per primi dalla tensione a sintonizzarsi sulle stesse cose per cui l'ideale è" andare d'accordo", là dove "accordo" significa "pensarla allo stesso modo". Una posizione così che elimina la differenza e non rispetta la diversità dei soggetti, va connotata negativamente.

Per fare questa operazione di accordo, di equilibrio, di simbiosi, per arrivare cioè a "pensarla allo stesso modo" si compie un'operazione che io considero irragionevole e violenta, perché porta ad eliminare una parte della realtà.

Avere la stessa visione delle cose, infatti, significa vedere solo una parte di realtà ed adottare un unico punto di visione. Siamo in una stanza, nello stesso luogo e nello stesso tempo, eppure la diversa posizione del corpo permette ad ognuno di descrivere una realtà diversa. Per vedere la stessa cosa dobbiamo avere la stessa posizione ma così facendo tagliamo fuori gran parte della realtà.

  • Questa tensione ad eliminare le differenze, questa tensione ad esaltare le sintonie, tende ad eliminare una parte della realtà.

Se applicato al rapporto uomo-uomo, padre e madre, ruolo paterno e ruolo materno, tutto questo costituisce un problema serio all'interno della famiglia: è come se ciascuno dei due dovesse, in qualche modo, rinunciare ad una parte di se, alla propria identità piena e alla propria realizzazione.

Parliamo di "codice materno" - "codice paterno" e non di "funzione paterna e materna" o di "ruolo del padre e ruolo della madre", per una ragione semplice: non è detto che il "codice paterno" lo esprima il padre e il "codice materno" la madre.

  • Parliamo di "codice paterno" e materno perché esistono due parti della realtà, di cui simbolicamente sono portatori il padre e la madre. Quando diciamo "padre", parliamo di cose che vengono affidate alla paternità in termini simbolici, sociali, culturali, tradizionali, antropologici...Quando diciamo "madre" parliamo di cose che vengono affidate alla maternità.

Parliamo così di codice paterno e materno, ma non è detto che se uno non esprime questi aspetti, non sia padre o madre.

Quello che sappiamo di certo è che sono presenti nell'esistere della persona aspetti che, per tradizione e cultura, sono antropologici, cioè sono dati all'origine, appartengono al nostro esistere.

Ci sono quindi aspetti che, per tradizione, per significati antropologici, per cultura, affidiamo al padre, al simbolo della figura paterna, ed altri che affidiamo alla madre come simbolo materno.

  • Il figlio che cresce ha bisogno di incrociare tutti e due gli aspetti, perché la nostra vita si svolge costantemente, proprio come un andirivieni, fra queste due parti fondamentali della esistenza.
  • La parte di noi che appartiene al" codice materno" è la capacità di portare.

L'immagine simbolica è infatti la gravidanza: il ventre si deforma per essere capace di portare un altro. Pensare al paradosso: la cosa cui tiene di più la donna è proprio il corpo, la propria bellezza. Al tempo stesso, però, la donna ha la capacità di lasciarsi "deformare" potentemente da un piccolo che arriva: lo porta, se ne fa carico e lo sostiene. Portare vuol dire molte cose; La capacità di consolare, di accogliere e comprendere, la capacità di essere accanto, di leggere i bisogni, di farsi "muovere dentro" dai bisogni cioè di commuoversi.

Non sto descrivendo la donna.

  • Tutte queste capacità sono anche nell'uomo. La capacità di portare, di essere incuriosito e attratti dagli aspetti più nascosti, profondi della esistenza, viene antropologicamente descritta come capacità di rapporto con il Mistero. Psicologicamente, è una caratteristica della madre. Infatti il bambino, nei primi anni di vita- i primi due, quando non sa ancora esprimersi consapevolmente, verbalmente - totalmente capito dalla madre, perché c'è nella madre questa capacita di collocarsi all'interno e riuscire a vedere anche ciò che non è evidente.

Biologicamente, possiamo descrivere l'evento della maternità come quello che colloca in maniera profonda la donna dentro il mistero della vita. Possiamo certo dire che anche un uomo è capace di andare a fondo alle cose, di accorgersi che c'è altro da scoprire oltre a ciò che si attesta con evidenza. Anche l'uomo è capace di comprendere che il cuore del proprio figlio sente e non può esprimere, anche l'uomo è rapporto con il Mistero. Tuttavia questo aspetto è "codice materno", è una particolarità che noi vediamo espressa nella donna, in maniera più evidente nel suo rapporto con il bambino.

Pedagogicamente, diciamo che il "codice materno" è educazione ai sentimenti.

Psicologicamente, è la capacita della madre di essere talmente dentro il bambino da potergli insegnare il "dentro di sé", la realtà di sé. La madre aiuta il bambino, lo guida nel complesso percorso delle emozioni, dei sentimenti e dei dolori. La madre insegna al bambino, la realtà delle emozioni, dei sentimenti, dei dolori.

  • Il codice "materno" è quindi tutto il mondo dei sentimenti, dei bisogni, delle emozioni e la capacità di viverli ed esprimerli.
  • Il "codice paterno" è molto più complesso, per certi aspetti più essenziali.

L'orizzonte fondamentale dentro cui si muove è l'appartenenza così profonda, reale e autentica che nel mondo il nome del figlio, il nome della famiglia è il nome del padre. Non è una convenzione banale, è il sentimento di appartenenza e di legame più forte che il complesso della natura umana (e quindi anche le leggi, gli stati, i popoli), nel corso dei secoli abbia riconosciuto.

  • Cosa significa il nome del padre? Significa che tu sei. Tu sei quello che tuo padre vuole che tu sia, quello che tuo padre chiede per te: definito dal padre.

La cultura dominante, negli ultimi trent'anni, ha cercato di minare tutto ciò nel nome del niente, esaltando proprio la non appartenenza, l'autonomia e l'origine individuale di ognuno. Quando dico "nel nome del padre", non intendo rimandare al significato che queste parole hanno nel nostro Paese di tradizione cattolica, dove per padre si intende Dio. Voglio piuttosto indurre a riflettere sul simbolismo ed il significato che esse contengono.

  • Un figlio fa le cose "nel nome del padre" perché le fa in quanto figlio.

Il "codice paterno" è in primo luogo un codice di appartenenza: l'espressione" mio figlio" è la coscienza di essere il punto di origine del figlio. L'essere punto di origine, definire l'appartenenza del figlio, fa scaturire la parte normativa, la parte più nota e più usata nella descrizione del "codice paterno" il padre è la legge.

Ciò non significa autoritarismo, rigore, regole ferree: piuttosto che il padre possiede il significato della realtà e regola la vita del figlio in base a questo.

Il padre è regola, perché ha il possesso della realtà in quanto sta all'origine.

Un esempio può aiutare a comprendere. Uno dei due figli che ho adottato è venuto a vivere con me all'età di tredici anni e mezzo. Figlio di una madre e di cento padri, aveva vissuto in istituto, tornando per un mese all'anno dalla sua mamma. (Un'esperienza abbastanza disastrosa). Era un ragazzino che aveva bisogno di una famiglia per crescere bene e io l'ho preso con me. Lui non aveva mai conosciuto suo padre e non sapeva chi fosse. Dopo due mesi mi racconta una storia. Dice che suo padre è ingegnere ma che non aveva potuto tenerlo con sé. Gli aveva dato anche un nome...Io sapevo naturalmente, che quest'uomo verosimile e credibile non esisteva. Allora gli ho detto:" Sta a sentire, è fantasia o realtà quello che mi racconti? Hai saputo davvero qualcosa di tuo padre? Mi sono messa a ragionare con lui e mi ha detto: "Mamma (mi chiama già mamma: nel giro di una settimana è venuto da me e mi ha detto: senti io ti chiamo mamma!), come si fa a vivere senza un padre? Io me lo sono costruito. E poi in collegio, quando avevo paura e non sapevo come fare le cose, mi chiedevo: cosa mi direbbe il babbo?" Si era costruito interiormente l'oggetto paterno si era messo dentro il "codice paterno" perché aveva necessità di quella parte. Diceva:" Quando ho paura, quando non so come fare i chiedo:" Cosa mi direbbe mio babbo?" Allora gli domando: "Come facevi a darti la risposta"? E lui." Eh! Uno sa quando una cosa è fatta bene o fatta male!" E' questa è la legge del bene e del male che uno si porta dentro.

Nell'istituto in cui era, la legge, la regola, il rigore esistevano, però lui ha avuto bisogno di trasformarla in appartenenza; non era un obbedire alla regola della signorina dell'istituto ma il bisogno di trasformarla in appartenenza, di poter dire:" Il mio babbo...cosa mi direbbe"

  • Questo è il codice paterno": E' la legge dell'appartenenza: il bisogno di un ordine, di rispondere a qualcuno che all'origine conosce la realtà, che dà e segna i passi.

Un altro aspetto tra i più suggestivi, che attiene al codice paterno" è il sentimento del destino.

  • Il padre è il destino di ciascuno di noi.

Non pensate a vostro Padre, al padre terreno, a quell'uomo in carne ed ossa che vi ha fatto stare male, che non vi ha capito o che poteva essere migliore. Pensate invece al simbolismo del padre, immaginatevelo dentro, pensate a come i vari popoli hanno elaborato, nel corso dei secoli, il bisogno di un padre, il bisogno di un origine che sia contemporaneamente anche il destino finale. Staccatevi dall'immaginario religioso: il padre è veramente qualcosa che il cuore dell'uomo si porta dentro e di cui ha bisogno. Ha bisogno di una origine che sia anche la propria fine, perché ha bisogno di un compimento. Anche dal punto di vista psicologico funzioniamo così, andiamo infatti a cercare ciò che abbiamo già conosciuto. Cerchiamo ad esempio la felicità, il benessere, perché all'origine della nostra vita c'è stata un'esperienza di benessere (molto semplice ed elementare): la soddisfazione del cibo".

  • Avete in mente la faccia del neonato con l'angoscia della fame? E poi la stessa faccia soddisfatta dal biberon o dalla poppata? Quella soddisfazione al proprio bisogno, quella sensazione di benessere appagato è un'esperienza all'origine della nostra vita, che continuiamo a cercare per sempre, è un'energia inesauribile.
  • Noi funzioniamo così. Cerchiamo ciò che abbiamo conosciuto e abbiamo sempre bisogno che alla fine della nostra vita ci sia l'unità con l'origine. La sensazione dell'uomo è che il proprio destino risiede là da dove è venuto.

"Veniamo dalla terra e torneremo alla terra" Eravamo polvere e polvere diventeremo esprime lo stesso concetto. C'è sempre una unità fra l'inizio e la fine. Nei discorsi del popolo, dei nostri vecchi, troviamo spesso queste frasi che non hanno solo una connotazione religiosa ma propriamente antropologica. Tutti i popoli di diverse culture e razze, nel corso dei secoli, hanno espresso la coscienza di avere una origine che in qualche modo coincidono. Il padre è l'origine e la fine. Nel rapporto con il figlio, il "codice paterno" ha una grande rilevanza.

  • Quando un padre c'è ed è presente con tutta la sua forza di appartenenza, di legge buona, di regola, di norma e guida, è il padre in cui tutto confluisce.

"Studio per mio padre. Do gli esami per mio padre" dicono spesso i nostri figli e ancora più spesso chiedono: "E' contento il babbo di me? Ma il babbo cosa dice? Mamma hai detto al babbo...?" E' il bisogno di uno sguardo totale del padre cui tutto ritorna, perché la vita del figlio, un fiume che scorre del desiderio della conferma del padre. E sembra quasi che non ci sia pace nel figlio finché ciò non accade.

Esistenzialmente il "codice paterno" è il luogo dove il figlio convoglia tutta l'energia. Quando diciamo "norma" diciamo contemporaneamente non solo un'origine ma anche uno scopo da seguire.

La cultura di oggi ha distorto moltissimo il concetto di legge. La legge è diventata un comando, un limite e non lo scopo da raggiungere.

  • La legge paterna dice:" Caro figlio tu devi diventare grande!" E quando quel figlio diventa grande trova il padre, non la solitudine.

La legge paterna non è la legge della regola ma lo scopo, l'indicazione del cammino, l'indicazione dei passi da percorrere. Quando parliamo della legge che vieta o che punisce. Parliamo della legge che indica lo scopo, che dà all'origine lo scopo da raggiungere.

Il sentimento del "codice paterno" più autentico è il sentimento del compiacimento e della predilezione, non del compiacimento di sé. Non è solo un atteggiamento e un modo di rapportarsi al figlio: è una predilezione che si traduce in sentimento. Cosa fa un padre? Predilige il figlio. Predilige il figlio perché è se stesso, perché porta il suo nome, perché gli appartiene, perché può trasmettergli e insegnarli tutto di sé, perché può trasmettergli e insegnarli tutto di sé, perché lui è la legge che regola la crescita del figlio. Lo predilige e se ne compiace.

Il sentimento paterno è il profondo compiacimento di questo legame e al "codice paterno" appartiene la regola, la legge, la scoperta, la ricerca, la conoscenza della realtà.

  • Mentre la madre introduce biologicamente il figlio alla vita, il padre lo introduce alla realtà.

Pensate allo scambio che avviene nel momento del parto: il bambino è portato fino a quel momento, poi, quando la madre lo fa nascere trova le braccia del padre. Non trova la solitudine, il vuoto. Trova le braccia del padre che lo portano e lo sorreggono nella realtà. Un padre che lo riconosce e dice:" Tu sei mio figlio".

Il padre è l'introduzione a tutta la realtà. E il padre che conosce. Al "codice paterno" appartiene la conoscenza perché il padre deve dominare la realtà, deve costruire il mondo dove cresce suo figlio, deve consegnare il mondo al figlio, deve insegnargli e consegnarli la realtà. Per questo il padre possiede il codice ella conoscenza, ricerca, realismo, non paura, norma del "codice paterno".

  • Mettendo insieme "codice materno" e "codice paterno" facciamo 360°

Che altro possiamo aggiungere all'esperienza dell'esistere umano? Il ragazzo cresce dentro queste due grandi correnti, quella personale affidata al "codice materno".

Entrambi questi aspetti sono necessari per vivere.

All'interno della famiglia, la mascolinità e La femminilità, almeno per gli aspetti biologici e psicologici, si suddividono. Spontaneamente, naturalmente, il figlio affida al padre la regola e alla madre gli aspetti del bisogno. Credo valga la pena di mantenere all'interno della famiglia l'espressione del codice. Ciascuno di noi è l'uno e l'altro m non nel senso che siamo ibridi: sono aspetti che appartengono all'esperienza umana.

Nel lavoro educativo e nella struttura familiare, vale la pena esprimere, in maniera privilegiata questi due aspetti nel gioco delle diversità. E dei ruoli del padre e della madre. Non che la donna debba mantenere la sua parte e l'uomo la sua. I ruoli si possono anche mescolare.

Quello che abbiamo detto più sopra, circa l'omologazione nella famiglia, è piuttosto orientato dalla preoccupazione di non far sparire un codice dalla famiglia. Una preoccupazione reale.

  • Nella nostra cultura, nella nostra società, alla famiglia è affidato solo il "codice materno" mentre il "codice paterno", la legge, il destino sono esterni, estranei alla comunità familiare. La famiglia sta diventando solo il luogo del sentimento, della cura, dei bisogni. Ha perso tutto quel di più legato al "codice paterno".

Ma quando inizia il processo di esteriorizzazione del "codice paterno"? Quando è piccolo il bambino acquisisce il "codice paterno", poi ad un certo punto della sua crescita, sembra che ci sia una linea, un margine di separazione dove interviene un codice esterno. Questo accade nell'adolescenza, periodo in cui il "codice paterno" viene contestato. M al la cosa più impressionante, guardando i giovani e osservando criticamente i messaggi che ricevono dai mass-media, dai loro giornalini, dalla musica, ecc....è che essi non ricevono un messaggio innocuo. Tutti si propongono come i loro "padri", cioè tutti si arrogano il diritto di dire al ragazzo come deve essere.

Ma perché oggi nella famiglia si tende ad eliminare il "codice paterno"?

  • Le cause sono molte lontano. In passato c'è stato tutto un momento in cui l'autoritarismo strutturale della società e dello Stato ha influenzato ance la pedagogia. La rigidità esterna ha spesso coinciso con quella all'interno della famiglia per cui, ad un certo punto, si è reso necessario smontare quell'autoritarismo. In seguito intorno agli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, c'è stata la scoperta del bambino, con la preoccupazione di scoprire i suoi bisogni e le risposte ad essi. Il '68egna l'apice della destabilizzazione del concetto di autorità, con la conseguente "distruzione del padre". Ciò accade per varie ragioni che sarebbe interessante esaminare per capirne anche gli aspetti positivi.

Questo grande movimento culturale ha prodotto infatti una crescita ma, come spesso avviene nel mutamento, il rischio è stato quello di buttare "l'acqua assieme al bambino" e questa volta con l'acqua sporca è stato "buttato" il padre.

Si potrebbero fare, a questo punto, discorsi più complessi. Dal punto di vista psicologico, si potrebbe ad esempio asserire che l'alcolismo e l'assunzione di droghe, da parte dei giovani, così in aumento negli ultimi venti anni siano da imputare all'assenza del padre.

  • Quello che conta, però, e che eliminando il padre abbiamo eliminato il legame di appartenenza.

Il tipo di famiglia che ne è risultato, è una famiglia dove ciascuno è individuo, dove sono esaltati i bisogni individuali, l'accordo e la negoziazione reciproca. Il tipo di rapporto che regna nella famiglia è totalmente affidato al bisogno. Ciascun membro considera l'altro in modo strumentale alla risposta al proprio bisogno, patteggia la risposta al bisogno e resta sempre più individuo. Il rapporto, il legame sono in funzione della convivenza, della sopravvivenza attraverso la strumentalità reciproca.

  • In questo modo sparisce la famiglia.

E' il genitore che per primo non si riconosce il diritto di dire qualcosa al figlio. Spesso mi capita di sentire genitori che dicono: "Ma io posso dire a mio figlio di cinque anni che non deve fare quella cosa? O gli creo dei traumi? Il legame familiare, il tipo di relazione è invece identificatorio e di appartenenza. Non c'è più legame. Provate a pensare al legame come ad un canale di trasmissione: se non c'è questo canale, quello che si dice e vive è strumentale, funzionale al momento, non va a costruire la storia familiare né una tradizione, familiare e di popolo.

  • All'interno della famiglia si è perso proprio il senso del destino: ognuno può fare quello che vuole. Non si risponde più l'uno all'altro.

Un'altra cosa che dal punto di vista esistenziale va imputata alla perdita del padre è ce è difficilissimo trovare nei ragazzi una domanda strutturata, continua e seria (seria vuol dire che esige una risposta) sul significato della propria vita. Oggi un ragazzo adolescente che si chiede:" Da dove vengo?" Dove vado? Che senso ha la mia vita?" è portato dallo psicologo perché viene giudicato malato o depresso.

La domanda di significato ha senso solo dentro un legame: se uno è da solo (è individuo) e si chiede" Ma io chi sono?" crepa. Se uno, invece, è "appartenente" e si chiede:" Che senso ha la mia vita? "l'appartenenza lo rimanda all'origine, cioè al padre.

  • Ed il padre gli dà il senso.[1]

[1] Vittoria Maioli Sanese, Ho sete, per piacere, Marietti 2006, p 42-53

Testo a cura di p. Carlo Mattei omi, parrocchia S.Andrea, Pe,

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